#7

Ieri per sbaglio ho calpestato la mia felicità.
Fortunatamente ho preso solo una delle parti terminali dell’esserino. Ho sentito come un gemito, poi l’ho visto correre via per rintanarsi chissà dove.
Beh, di certo non l’ho schiacciata apposta, la felicità. E insomma, un po’ è pure colpa sua che va a riposarsi proprio dietro la porta della camera.
Ma come farglielo capire?
Il danno è fatto, comunque. Per quel poco che la conosco, penso che non si rifarà viva per un bel po’.

#6

[…]

In un parco della città, nel parco Bertelli per la precisione, erano comparsi dal nulla due oggetti misteriosi: due zanne dell’altezza di circa cinque metri, con un diametro alla base di poco meno di un metro. Si ergevano simmetriche dal suolo, conficcate saldamente nel terreno, le punte rivolte verso la stessa direzione. Sembravano appartenere a un gigantesco animale preistorico.

Una delle due zanne era interamente istoriata. Una sorta di Colonna Traiana, i cui fregi però, narravano una cronaca moderna, frammenti di vita quotidiana così banali da risultare inquietanti: un gruppo di persone in attesa al semaforo, una gru in un cantiere, un bambino intento ad assaggiare lo zucchero filato, un’anziana signora su una sedia a rotelle.

L’altra zanna, invece, aveva la superficie liscia e uniforme, interrotta solo da una piccola nicchia all’altezza di un metro. Nella nicchia, incise, minuscole lettere di un alfabeto sconosciuto. Sulla sua base, sparsi, frammenti di vetro.

[…]

La bambina di Scanno

 

Francesco Paolo Michetti è stato il primo grande fotografo a ritrarre il paese di Scanno.

In questo suo scatto di fine Ottocento le figure inquadrate adottano tre tipi di comportamento.
La maggioranza dei soggetti, costituita soprattutto da donne di Scanno in costume, è indifferente alla fotocamera, e muove con decisione verso il centro della piazza. In un angolo sulla sinistra, invece, un uomo accorgendosi del fotografo trova il tempo per mettersi in posa. Infine, in basso a destra, è posizionata la figura di una bambina.
Anche lei si è accorta di Michetti, ma rifiuta la posa e guarda con insistenza verso di lui. Il suo corpo è immobile, tanto da apparire del tutto estraneo alla massa che muove dietro di lei; sembra come stagliarsi su un piano inventato, come in un’operazione di postproduzione malriuscita.
Una gonna plissettata anima leggermente la sua figura che è fatta di coni e cilindri (viene da pensare alla “Donna con la caffettiera “di Cezanne o alle mietritrici di Malevic). Le due mani le proteggono gli occhi dal sole, formando allo stesso tempo due macchie nere d’ombra che negano l’accesso al suo sguardo. La parte del volto in luce è corrucciata e concentrata.
Si finisce presto irretiti da questo angolo della foto. Cominciamo a fissarlo con insistenza, forse restando in attesa che da quelle due macchie si aprano botole attraverso le quali calarsi nell’epoca della bambina; pronti all’esplorazione, in una specie di Grand Tour temporale.
Continuiamo a fissare e dopo un po’ ci ritroviamo a imitare la bambina: portiamo le mani all’altezza della nostra fronte con lo scopo di entrare in empatia con il soggetto che stiamo osservando; con l’effetto che le donne in movimento dietro di lei quasi scompaiono, ridotte a una nuvola di fumo come in una foto di Titarenko.
Continuiamo a fissare, ma niente, non se ne viene a capo: quel mondo resta per noi impenetrabile.
Anzi, dopo un po’ sentiamo improvvisamente l’esigenza di desistere. Distogliamo gli occhi dalla foto con una sensazione d’inquietudine, che in un primo momento non riusciamo a mettere bene a fuoco.
Poi prendiamo coraggio. Osserviamo di nuovo la foto, e finalmente capiamo…

Per tutto il tempo la bambina ci ha fissato, e attraverso di noi ha guardato dentro la nostra epoca.
E cos’ha trovato?

La magia di Novaro

© Fondazione 3M 2011. Tutti i diritti sono riservati.

 

C’è questa foto, scattata nel 1959 con una Hasselblad Sonnar dal medico pescarese Alessandro Novaro, dal titolo Inverno a Scanno, 2, in cui protagonista è la piazza antistante la chiesa di Sant’Antonio di Padova. Come a dosare gli accessi, le mura di pietra della piazza si stringono verso il basso fin quasi a incontrarsi: suggeriscono la forma di una clessidra.
Osservando l’immagine, dopo qualche minuto si ha la sensazione di essere di fronte a un palcoscenico magico. Esaminati e consumati i singoli eventi che si svolgono al suo interno – la neve, le due donne che stanno per arrivare, i bambini che giocano, il frate come in posa al fianco dell’obelisco – ci si ritrova a collocare, come statuette in un presepe, i grandi fotografi che hanno immortalato Scanno.

Spettatori privilegiati, osserviamo gli avvenimenti di un secolo intero scorrere dentro la foto.

Ci sono Francesco Paolo Michetti e Pietro Di Rienzo, e il loro fine Ottocento. Stanno entrambi scegliendo con cura i punti macchina per posizionare i loro treppiedi. Aspettano che esca la popolazione scannese dalla messa. Hanno scelto quasi la stessa posizione, sbilenca rispetto al portale d’ingresso. In entrambi i casi l’inquadratura è molto stretta, ed è la formella in maiolica di destra (una Sacra Famiglia collocata nella facciata nel 1859) a suggerirci il luogo. Pietro Di Rienzo, che è di casa, riprende foto di un matrimonio; le donne indossano, quindi, il classico costume nuziale. Le donne di Michetti, invece, vestono con il costume giornaliero. Non appena eseguiti gli scatti, vediamo Michetti voltarsi per intercettare la misteriosa bambina che ha fissato con così tanta potenza dentro la sua macchina.

Abbassando gli occhi verso il centro della piazza, più o meno all’altezza dell’obelisco, ci si ritrova nel 1938, osserviamo l’elegante fotografa tedesca Hilde Lotz-Bauer scattare con gusto etnografico. Come in una cartolina a doppio riflesso, quando vediamo i tre (Lotz-Bauer, Michetti e Di Rienzo), l’obelisco scompare. E viceversa.

L’obelisco viene installato, dopo tre mesi di lavori, nel maggio del 1948; una lunga stele in pietra locale, alta circa sei metri.
È dunque presente il 24 dicembre del ’51, quando Henri Cartier-Bresson scende dalla strada alla sinistra dell’immagine (strada che verrà chiamata, non a caso, “Via dei Fotografi” nel 1999). Bresson sembra quasi non considerare la piazza, ha appena fatto dei bellissimi scatti. Guardando l’obelisco da poco innalzato, il suo pensiero corre istintivamente a Irene Brin, la mercante d’arte che lo ha accolto qualche tempo prima presso il studio dentro la Galleria L’Obelisco a Roma per parlargli e organizzare il servizio fotografico per la rivista Harper’s Bazaar. Sulla scrivania della Brin, per l’appunto, trova posto una piccola stele, posta lì a richiamare il nome della galleria.

Ma siamo già nel 1957: ecco Mario Giacomelli, che danza agile occupando ogni spigolo possibile della piazza, intento a scattare foto alle donne che entrano ed escono dalla chiesa. Nel contempo, il suo amico Renzo Tortelli è posizionato sulla futura Via dei Fotografi: anche lui scatta foto in continuazione, sia verso Giacomelli, sia verso il centro del paese, ossia verso il punto da cui Novaro a breve farà la foto su cui tutto questo sta accadendo.

Dal portone laterale dell’edificio annesso alla chiesa, un bambino, le mani in tasca, esce dalla sua casa. In questa parte dell’immagine siamo nel 1959. Lui si chiama Claudio, ha appena salutato la madre Teopista e sta andando verso il centro del paese; è del tutto ignaro del fatto che qualcuno lo stia aspettando al varco. Lo seguiamo per un po’, finché non percorre tutta la piazza e attraversa la strettoia.

Ritornando di nuovo dalle parti della Via dei Fotografi, assistiamo a una processione che scende lenta e accorta, con la statua del santo in prima linea: è il 1986, e la stiamo vedendo con gli occhi di Gianni Berengo Gardin.

Poi ci spostiamo di nuovo verso il centro della piazza; con emozione ritroviamo un Giacomelli anziano del ’97, posizionato al fianco di uno dei Giacomelli agili del ’57. Sono passati quaranta anni. Scatta le foto a cinque gatti che gironzolano vicino al portone d’ingresso della chiesa. Le maioliche sono quasi del tutto coperte da due piante ornamentali, il cui intento di abbellire la piazza sembra poco riuscito. Ogni tanto il Giacomelli anziano si gira per scattare verso il paese che è alle sue spalle. Al centro della piazza non vi è più un obelisco, ma una statua di San Francesco.

Poi l’obelisco d’improvviso torna. La statua scompare.
E in quel preciso istante finisce il nostro viaggio lungo oltre un secolo.
Lievemente storditi, contempliamo di nuovo la magica foto di Novaro.

 

#5

“È un’opera priva di colori”, descrisse su esplicito invito del gallerista, “vedo catene, ingranaggi, pulegge. Mi sembra il dettaglio di una macchina complessa, non saprei dirle se di tortura o di produzione. Forse di entrambe le cose.”

#4

Certo, avrebbe potuto commentare con lui di quanto fosse impressionante la similitudine tra il lichene Graphis scripta e i disegni automatici di Henri Michaux, o tra l’Aspicilia calcarea e i cretti di Alberto Burri. Ma si trattenne dal farlo. I giovani artisti conoscevano così poco l’arte contemporanea che era meglio risparmiarsi l’ennesima conferma.

   

#3

Tra gli aspetti più interessanti dell’opera v’era, sicuramente, il variegato elenco di fonti e di ispirazioni.
Oltre a citazioni tratte dai libri più strani e insospettabili venivano riportate, per esempio, conversazioni catturate nei bar o sotto la metro, o spezzoni di improbabili trasmissioni televisive.

Importanti intuizioni nello studio dei travasi fisici il Bolgetta le aveva avute grazie alla visione di una scena, del tutto normale per i più, posta all’inizio del film “Charley Varrick” del regista Don Siegel: c’è un’inquadratura laterale della macchina della polizia in movimento che sta viaggiando lentamente su una comune strada costeggiando un piccolo parco giochi. L’inquadratura ad un certo punto viene impallata da un enorme masso posto al fianco della strada. La macchina non “esce” dal masso perché nel frattempo con uno stacco il regista porta lo spettatore dentro l’abitacolo della vettura della polizia. Ebbene, dopo aver visto questo banale montaggio, il Bolgetta aveva colmato le ultime lacune sulla sua teoria dei travasi fisici.

Altro esempio di ispirazione quantomeno bizzarra, causa di uno snodo felice della teoria, era stata un’innocua fase di gioco nel primo set della partita di tennis Bjorn Borg contro Vitas Gerulaitis del 1980, finale di Boca Raton, Florida. Da quelle banali triangolazioni di palla il Bolgetta aveva tratto elementi fondamentali sull’angolo di trasmissione di alcuni fenomeni.

Scrive il Bolgetta, “gli eventi che hanno ispirato i miei studi sono inconsapevoli del proprio status di fonte, un po’ come i cachi che non sanno di custodire forme simili a posate nei propri semi”. Ma poco dopo lui stesso definisce poco calzante l’esempio, difatti, “è da escludere che sia stato il contenuto dei semi dei cachi a ispirare la forma delle posate.”

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1) https://www.youtube.com/watch?v=6FdZSkDvN_0&t=5s&frags=pl%2Cwn, tra 0:10 a 0:16

2) https://www.youtube.com/watch?v=5JEbIsRkiR0&frags=pl%2Cwn

#2

Un mercante d’arte tedesco aspettava con ansia una spedizione dal Giappone, un pacco contenente dodici xilografie del maestro dell’ukiyo-e Tsukiyoka Yoshitoshi; tra queste, l’agognata “Scimmia che salta nella cascata”.
Durante l’attesa gli accadde un fatto tanto banale quanto spiacevole: smarrì il proprio portafogli. Conteneva un bel gruzzolo di marchi e i documenti personali.
A parte la perdita di per sé, e le noie burocratiche per recuperare lo stato ex ante le cose, una sorta di rancore malinconico lo pervase.
Qualche giorno dopo la rituale denuncia di smarrimento, la spedizione dal Giappone finalmente arrivò. Il mercante ispezionò il pacco. Al solito, era perfettamente confezionato e sigillato. Non vi erano benché minime ammaccature, anche il trasporto era stato impeccabile.
Ma quando lo aprì, con la cura e gli accorgimenti che il contenuto richiedeva, fece la più inquietante delle scoperte: oltre alle stampe, stupende e in ottimo stato, dal pacco spuntò fuori anche un sottile portafogli in pelle, del tutto identico a quello che aveva smarrito. Lo prese tra le mani con circospezione, quasi temesse di verificarne il contenuto.
E a ragione: il portafogli difatti era proprio il suo!

#1

Non era solo, il Bolgetta, portava con sé pure il suo tanfo e sette quaderni sdruciti legati da un laccio. Una piccola gobba asimmetrica, una lieve prominenza sul lato destro, connotava sinistramente la sua postura.
Chiese, ed ottenne, di essere ricevuto dal primo cittadino.